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Equal Pay Act: le donne che nel 1968 ottennero la parità

Pubblicato il: 19 ottobre 2017 | Commenti 0

C’è voluta una legge specifica (la Equal Pay Act statunitense è del 1963) per sancire un diritto sacrosanto, cioè il diritto per le donne al medesimo salario degli uomini.
Per ottenerlo si sono battute molte donne, lavoratrici, che hanno detto basta alla discriminazione. Una lotta a cui ognuna di noi, oggi, deve molto.

Immaginate un mondo in cui le donne lavorino come e quanto gli uomini, ma siano pagate molto meno, abbiano meno diritti e meno tutele.
Difficile da pensare… O forse no, vero?
In realtà, non è da molto che gli stipendi delle donne sono equiparati a quelli degli uomini e, se proprio vogliamo essere precise, ci sono settori lavorativi in cui alle donne sono offerti compensi inferiori a quelli degli uomini parigrado.
E’ solo infatti dagli anni ’60 che il mondo del lavoro, maschile e maschilista, ha preso atto (e solamente perché costretto) della forte rivendicazione femminile per avere un trattamento paritario a livello salariale e medesime tutele.

La storia
La più famosa battaglia per la parità salariale è stata combattuta nel 1968 nell’Essex, in Gran Bretagna, in una fabbrica di automobili, in cui un gruppo di donne impiegate nella cucitura dei sedili della auto prende coscienza del fatto di guadagnare decisamente meno dei colleghi maschi. Le condizioni di lavoro sono pesanti sia per gli uomini che per le donne, quindi tale differenza non è giustificata.
Iniziano le prime contestazioni e i primi scioperi a cui l’azienda risponde minacciando licenziamenti tra gli uomini. La storia è sempre la stessa: le donne non sono uguali agli uomini. Ma la protesta continua e con l’appoggio del Ministro del Lavoro (una donna! Barbara Castle) si arriva ad un accordo con la proprietà, che prevede il 92% del salario maschile e la promessa di portarlo presto alla parità.

Grazie a queste coraggiose donne operarie inglesi, oggi per noi è quasi scontato guadagnare quanto gli uomini, almeno in contesti in cui si applicano i contratti nazionali. Ma in molti ambiti, purtroppo, quando c’è spazio anche per la trattativa privata, si nota un notevole divario tra quanto percepisce come stipendio l’uomo e quanto la donna, soprattutto in termini di benefits, provvigioni, vantaggi. Senza contare che è ancora troppo diffusa la pratica, ovviamente illegale e specialmente in fase di colloquio, di fare domande sulla vita privata della donna per capire se ha figli o se e quando ne vorrà avere.

Pare che anche le istituzioni si siano accorte della disparità di trattamento economico nei generi (con valori che vanno dall’11% al 36% se si guarda ai soli laureati) e hanno lanciato una campagna informativa e pubblicitaria per sensibilizzare sul tema.
Invece di sensibilizzare, si dovrebbe applicare la legge, che c’è ed è relativa al principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione, applicabile nelle aziende pubbliche e private con più di 100 persone occupate. Queste aziende ogni due anni dovrebbero redigere un report con tutti i dati relativi a stipendi, promozioni, passaggi di livello ecc sia per gli uomini che per le donne.
Voi ne avete mai sentito parlare?

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